Prima di pensare all’AI, meglio recuperare l’arretrato digitale
Un ritardo digitale che in molti casi è imbarazzante, e che rappresenta il vero ostacolo alla competitività di migliaia di imprese.
Prima di pensare all’intelligenza artificiale, meglio recuperare l’arretrato digitale
C’è un entusiasmo crescente – e spesso un po’ ingenuo – attorno all’intelligenza artificiale. Ogni giorno si leggono articoli, si ricevono proposte e si ascoltano conferenze in cui si dice che l’AI rivoluzionerà tutto, anche per le piccole e medie imprese italiane. Ma la verità è che servirà ancora tempo prima che l’intelligenza artificiale entri davvero, in modo profondo, nei processi aziendali delle PMI e delle microimprese. E questo tempo, se vogliamo essere lungimiranti, andrebbe sfruttato in tutt’altro modo: recuperando un ritardo digitale che in molti casi è imbarazzante, e che rappresenta il vero ostacolo alla competitività di migliaia di imprese.
Perché è inutile parlare di automazioni, modelli predittivi e assistenti intelligenti se un’azienda ancora oggi investe budget significativi in pubblicità digitale e lo fa senza criterio, senza controllo e spesso sui canali sbagliati. È quotidiano incontrare aziende con gestionali di magazzino che non sono collegati alle campagne pubblicitarie, che non consentono nemmeno di sapere con precisione quali prodotti sono stati venduti, grazie a quale canale, con quale margine reale. E lo stesso vale per i gestionali di contabilità, che spesso non dialogano con i sistemi di marketing e rendono impossibile una visione strategica integrata.
Ci sono campagne social attive da anni che non hanno mai generato una vendita né un contatto rilevante, ma vengono mantenute per pura abitudine, perché “bisogna esserci”. Ci sono sponsorizzazioni attive su portali o siti tematici che nessuno controlla, di cui nessuno sa dire quanti contatti abbiano portato, ma che si rinnovano ogni anno “perché ci siamo sempre stati”. E poi ci sono campagne Google Ads che girano in modo automatico, senza una vera ottimizzazione, senza un controllo sulle parole chiave, senza un’analisi seria delle conversioni o del margine reale. Budget sprecati ogni giorno, senza che nessuno se ne accorga finché non è troppo tardi.
Ma il punto più grave è forse un altro: manca l’analisi di base. Ancora oggi moltissime imprese non hanno una vera analisi del posizionamento dei loro prodotti o servizi, non sanno cosa fanno i concorrenti, non analizzano i comportamenti degli utenti sul sito, non segmentano il traffico, non distinguono tra clienti nuovi e fidelizzati. Eppure sono strumenti e pratiche disponibili da oltre 15 anni, alla portata tecnica ed economica di quasi tutti. Solo che non sono mai stati implementati, o lo sono stati male, in modo disordinato, frammentario, improvvisato.
E allora, prima di investire nell’intelligenza artificiale – che richiederà sistemi integrati, dati puliti, processi tracciabili, obiettivi misurabili – il vero consiglio utile è uno solo: approfittate del tempo che ancora c’è. Rimettete ordine nei fondamentali. Ripartite dal capire cosa funziona, cosa non funziona, cosa produce valore e cosa lo distrugge. Pulite i dati, rivedete i processi, collegate tra loro strumenti e piattaforme, date un senso ai numeri che raccogliete.
Solo così, quando davvero l’AI sarà matura per fare la differenza anche nelle PMI, sarete pronti. Perché non si può salire su un treno ad alta velocità se si è ancora fermi alla stazione di partenza. E chi si illude che basti un software “intelligente” per colmare anni di disorganizzazione digitale, rischia di bruciare altri anni. E altri soldi.
