Come Google si divora gli utili degli eCommerce
Gli eCommerce sono forse quelli più esposti a un rischio strutturale: quello di vendere tanto, ma guadagnare pochissimo
Come Google si divora gli utili degli eCommerce
Tra tutte le categorie di inserzionisti che utilizzano Google Ads, gli eCommerce sono forse quelli più esposti a un rischio strutturale: quello di vendere tanto, ma guadagnare pochissimo. Questo problema è particolarmente evidente nelle campagne Performance Max, il formato più automatizzato e “intelligente” offerto da Google. Ma dietro la promessa di semplicità e automazione si cela una logica che spesso divora i margini e trasforma il budget pubblicitario in una voragine difficile da controllare.
Il caso (tutt’altro che raro) dell’informatica
Immaginiamo una scena ormai quotidiana: un utente cerca su Google un prodotto molto specifico, ad esempio “Lenovo IdeaPad Slim 3 15.6 Ryzen 7 16GB 512GB SSD”. La sua intenzione è chiarissima. Sa già cosa vuole, è nella fase finale del processo d’acquisto, e sta solo cercando chi glielo vende al miglior prezzo con buone condizioni di consegna e affidabilità.
In un mondo perfettamente efficiente, ci si aspetterebbe che Google restituisca annunci altamente mirati, mostrando i rivenditori che hanno esattamente quel modello. Ma con le Performance Max, le cose vanno spesso diversamente. Google, con l’obiettivo dichiarato di “ottimizzare” le conversioni, espone l’utente a una serie di annunci poco pertinenti: modelli simili ma non identici, altre marche, fasce di prezzo diverse, persino prodotti alternativi non richiesti.
Il risultato? L’utente — stimolato dal layout visivo, dalla curiosità o dal semplice scorrimento delle proposte — clicca più volte, visita schede prodotto che non c’entrano molto, e alla fine torna a cercare il prodotto originario, acquistandolo solo da chi ha l’offerta migliore. I clic precedenti non hanno influito sulla decisione, ma hanno consumato budget pubblicitario.
Mille clic, una sola vendita
Questo è il paradosso: il venditore che ha guadagnato la vendita finale quasi certamente avrà speso più budget del necessario, considerando che aveva il prezzo o il servizio migliore. Le Performance Max, nel tentativo di “ampliare” il bacino potenziale, disperdono l’attenzione dell’utente, invece di incanalarla verso una scelta chiara.
Nei settori a basso margine — come informatica, elettronica, accessori — questo meccanismo è devastante. I margini netti spesso si aggirano intorno al 10-15%, e basta che le campagne assorbano il 5-6% in pubblicità (una soglia realistica per Performance Max) per vedere crollare la redditività. In pratica, resta in tasca meno della metà dell’utile, e spesso non abbastanza per coprire costi operativi, resi, gestione e logistica.
Il vero problema: delega cieca all’algoritmo
Il punto centrale è che Performance Max non lavora per ottimizzare i tuoi utili. Lavora per massimizzare le conversioni attribuibili secondo i criteri di Google, che non coincidono necessariamente con la reale redditività per l’azienda. Inoltre, l’inserzionista non ha alcun controllo diretto su cosa viene mostrato, a chi, in quale contesto o con quale priorità.
In altri termini, Google decide tutto: cosa far vedere, dove investire, come distribuire il budget tra prodotti, pubblici, canali. E tu paghi i clic, anche se portano a visite irrilevanti, se l’utente cercava tutt’altro, o se clicca su articoli che non venderai mai.
Un sistema che favorisce Google, non l’inserzionista
È importante comprendere che Google non ha interesse a ridurre la spesa degli eCommerce. Anzi, più automatizzi, più affidi il controllo alla piattaforma, più Google ottiene ciò che desidera: un aumento della spesa pubblicitaria, spesso scollegato dai reali margini di profitto.
Questo diventa insostenibile nel medio periodo. Gli eCommerce che inizialmente vedono crescere il fatturato grazie a Performance Max spesso si accorgono tardi che il guadagno netto è crollato. Vendono di più, ma guadagnano meno. In alcuni casi, vanno addirittura in perdita, senza rendersene conto finché non è troppo tardi.
Alcune possibili soluzioni
Chi lavora seriamente in questo settore non può permettersi di “lasciar fare” a Google. Serve una strategia basata su controllo, consapevolezza e selezione accurata. Alcuni punti fondamentali:
- Analizzare attentamente quali prodotti hanno margine reale
- Escludere dal feed o dalle campagne gli articoli su cui non si è competitivi
- Monitorare il costo per conversione per singolo prodotto, non solo a livello aggregato
- Valutare se gli utenti cliccano per curiosità o per reale intenzione di acquisto
- Affiancare a Performance Max anche campagne testuali tradizionali, dove è possibile scegliere le parole chiave e misurare con precisione
Performance Max può sembrare una scorciatoia: automatica, smart, “intelligente”. Ma negli eCommerce, soprattutto quelli a bassa marginalità, può trasformarsi in una trappola. Google ha costruito una macchina brillante per generare clic, non necessariamente utile per far guadagnare chi vende online. E quando si parla di vendite, fatturare non è sufficiente. L’unico dato che conta è l’utile netto. E l’unico modo per preservarlo è riprendere il controllo delle campagne, dei numeri e delle scelte strategiche.
